LA CARTA ED IL PANE

La forte crescita delle attività finanziarie Usa nel decennio passato è stato elemento di sviluppo economico, ma ha posto le basi di contraddizioni esplosive: il deficit “gemello” (cioè quello della bilancia dei pagamenti e quello commerciale)  Usa, il debito pubblico, il prezzo del dollaro, il mercato finanziario, rendono più incerta la realtà socio-economica non solo americana, ma di tutto il pianeta.

A guardare i principali dati macroeconomici, l’economia Usa appare un sistema fortemente dinamico; il Pil statunitense è cresciuto del 15% dal 2001 al 2006, e così anche la produzione industriale.

Ma il capitalismo nella sua fase avanzata ricerca sempre di più la produzione di profitto in attività del capitale finanziario, per cui la produzione di merci tangibili tende ad essere sostituita con attività speculative: acquisto di azioni, obbligazioni, fondi di investimento, Bond, etc.

Il capitale finanziario internazionale è cresciuto in 10 anni del 50%, le prime 100 società grazie alla quotazione borsistica sono cresciute del 200%.

Gli indici economici sono sempre più indici finanziari: Dow Jones, Nasdaq, Ftse, Mib, Mibtel, ecc. misteriosamente la ricchezza economica appare come qualcosa che si crea dal nulla, non è più il lavoro e la conseguente produzione di merci che misura l’economia di un paese, il denaro misteriosamente si incarna di maggiore ricchezza anche senza il lavoro umano. Il capitale finanziario nelle sue forme sociali di investimento apparentemente risolve il problema del possessore di denaro, ovvero del capitalista, di come valorizzare il proprio capitale.

I redditi prodotti delle attività finanziarie entrano nel reddito nazionale e quindi nel Pnl e nel Pil.

Un paese come gli Usa con un Pil in crescita, nel 2005 pari a circa 9/10.000 md (miliardi) di dollari (30% di quello mondiale, 20% se espresso in PPA, parità di potere d’acquisto), appare un gigante in salute. Ma se guardiamo le grandi tendenze storiche e le colleghiamo al processo mondiale complessivo scopriamo che questo gigante 50 anni fa era relativamente più grande, la sua economia pesava sul prodotto lordo mondiale circa il 50%, quindi la sua dimensione relativa è dimezzata. Se entriamo dentro ad altri indici economici ci possiamo orientare meglio nelle contraddittorie tendenze che operano e che fanno di questo paese un gigante in precario equilibrio.

Le dimensioni e i flussi del capitale finanziario negli Usa possono dare un’idea:

con 298,5 milioni di abitanti, il 4,57% della popolazione mondiale, ed un territorio di 9,6 milioni di chilometri quadrati, meno del 2% delle terre emerse dell’intero pianeta, gli Stati Uniti d’America hanno un prodotto interno lordo (PIL) di 9/10 miliardi di dollari (formato per il 78% da servizi), pari al 28,5% del totale mondiale, ed un reddito medio pro-capite di 42.000 dollari l’anno, pari a 4,5 volte la media mondiale di 9.300 dollari pro-capite. Ciò nonostante, il 12% della popolazione degli USA vive sotto la linea di povertà.

Il PIL mondiale 2005 è stato di 43 mila miliardi di dollari. Senza quello degli USA sarebbe stato di 33. milamiliardi di dollari (totale extra USA).

Ogni anno, gli USA consumano 7.800 milioni di barili di petrolio, ne producono 2.800 milioni, ne importano 5.400 milioni e ne esportano 400 milioni. Avendo giacimenti con circa 22 miliardi di barili, con l’attuale ritmo di estrazione le riserve saranno esaurite fra meno di 8 anni. Se dovessero coprire l’attuale fabbisogno di petrolio con i loro giacimenti, le loro riserve sarebbero esaurite in meno di 3 anni.

Ogni anno, gli USA consumano 240.000 miliardi di metri cubi di gas. Avendo giacimenti con circa 5.300.000 miliardi di metri cubi, in 22 anni il loro gas sarà esaurito.

Nel 2005, gli USA hanno importato per 1.727 miliardi di dollari, di cui 200 miliardi per il petrolio, mentre hanno esportato per 927,5 miliardi, con un disavanzo commerciale di quasi 800 miliardi, che a causa dell’aumento del prezzo del petrolio sarà di 900 miliardi nel 2006.

Escludendo il petrolio, gli USA importano prodotti per circa 1.500 miliardi di dollari, con un disavanzo commerciale di 600 miliardi di dollari.

Il debito estero USA è di oltre 9.000 miliardi di dollari, il 23% del totale mondiale, ed il loro deficit annuale, ufficialmente di 400 miliardi, in realtà, anche a causa della guerra in Iraq, è ben superiore a 600 miliardi di dollari.

Gli USA pagano quello che importano con dollari, gran parte dei quali sono reinvestiti in titoli del debito pubblico USA.

 

Il dollaro è una moneta a corso legale priva di valore reale. Il valore del dollaro dipende dal solo fatto che con questa moneta si paga il petrolio.

In tal modo, gli USA acquistano petrolio e prodotti dagli altri paesi pagando con pezzi di carta senza alcun valore.

Si può dire che gli USA fabbricano soprattutto dollari con i quali pagano i prodotti fabbricati negli altri paesi. nel 2006 gli investimenti di capitali USA che operano nel mondo sono stimati in circa 5.300 md$ , mentre gli investimenti esteri che operano in Usa sono circa 7.400 md$; il capitale estero trova in Usa una buona redditività, ma sulla bilancia dei pagamenti i conseguenti redditi vanno a determinare un passivo nei conti con l’estero. Inoltre il 20% del capitale bancario Usa è straniero (6.800 md $).

La bilancia dei pagamenti Usa dal ’46 al 1981 è in attivo, dal 1982 al 1997 raggiunge un passivo di 1200 md $, nel ’98-2000 il passivo diventa 2500 md $, nel 2006 il passivo accumulato è di 4.700 md$ (quasi il 40% del Pil), e necessita di un’immensa ricchezza di cui disporre per essere compensato.

Infatti le attività finanziarie negli Usa se nel ’94 erano 1.200 md $, nel 2005 erano quintuplicate diventando 6.300 md $. Questo capitale era detenuto in parte da paesi stranieri: Giappone 1090 md $ (17%) , Cina 530 md $ (8,5%) , Sud-est asiatico 552 md $ (9%), UE 1216 md $ (19%) etc.

Adesso la Cina è passata a oltre  1000 md US$!

Se da una parte tale movimento di capitali va a sostegno della quotazione del dollaro, dall’altra va ad aumentare il passivo della bilancia dei pagamenti. Per sostenere tale situazione gli Usa sono costretti ad attirare sempre più capitali esteri, per cui sono costretti a emettere nuove obbligazioni, nuovi bond .. e tramite la Fed, tendenzialmente, ad aumentare il tasso d’interesse interbancario. Il vortice ascendente del passivo però è costretto ad aumentare ulteriormente.

Tale situazione ha portato il debito pubblico Usa alla cifra di 9.442 mld di dollari  (superiore al PIL di un anno: circa il 105/110%), secondo le stime FMI aggiornate quotidianamente.

Ma la situazione diventa ancora più complessa se analizziamo la bilancia rispetto a quella mondiale (vedi tabella sotto). Nel 2005 il  commerciale Usa  commercio mondiale cresce del 7%, ma la situazione è diversa per i vari paesi (il 75% sono prodotti industriali, macchine utensili, chimica, metallurgia …). La tendenza alla crescita del passivo della bilancia commerciale USA va ulteriormente ad aggravare la bilancia dei pagamenti.

Bilancia commerciale in md$ (2005)

Paese                                    export import             attivo/passivo

Germania                  970                 770                             + 200

Usa                            904                 1730                          - 826

Cina                           762                 660                             + 102*

Giappone                  595                  516                              + 79

Francia                      459                 495                                - 36

G. B.                           377                 501                             - 124

Italia                           366                 379                                - 13

….

* il 60% dell’export è di industrie a capitale occidentale

Se il capitale finanziario produce reddito finanziario e quindi Pil, produce altresì consumi improduttivi, ovvero consumi che non entrano nella sfera delle attività che producono merci e allargano l’attività produttiva intesa in senso generale. La tendenza della bilancia commerciale americana è un segnale che spiega dove vanno i redditi Usa: in attività finanziarie e consumi improduttivi.

Un dollaro forte, sostenuto dal capitale finanziario internazionale e dal ruolo di moneta internazionale è una condizione per una certa stabilità dell’economia americana. Il rischio di una fuga dalle attività del dollaro è una spauracchio che spaventa non solo l’economiaUsa, ma l’intera comunità finanziaria e capitalistica internazionale.

Attualmente gli scambi internazionali in dollari sono ancora dominanti, ma le minacce di usare l’euro per il petrolio iraniano o venezuelano o la vendita cinese dei bond Usa, o l’aggravarsi della bilancia commerciale e dei pagamenti Usa, sono incognite che lasciano prevedere incertezze per il futuro.

Ma quali possono essere le forze esogene al sistema che possano invertire una dinamica che spaventa un pò tutti?

Negli utlimi sei anni il valore del dollaro rispetto al paniere ponderato delle altre valute si è ridotto di oltre un quarto, in parallelo con i livelli di crescita del deficit commerciale.

Con un'economica in recessione (lo ha detto Bernanke capo della FED pochi giorni fa), un sistema finanziario gravemente compromesso dalla crisi dei sub-prime ed il collegato crollo del mercato immobiliare, l'inflazione che  ricomincia a galoppare per effetto della scarsità di utilities (in rapporto alla domanda), la tendenza del dollaro a rimanere debole sarebbe strutturale anche se l'attuale crisi finanziaria fosse al termine: e non lo è.

Il salvataggio che sta organizzando la FED potrebbe essere un palliativo,  e quindi non produrre i propri effetti fino a quando le banche (sarebbe curioso riuscire ad analizzarne seriamente i bilanci) non riusciranno a capitalizzarsi. Infatti l'immissione di liquidità è senz'altro uno "stimolo", ma poi la stessa liquidità (che, ricordiamo, è un debito e come tale va restituito) va impiegata in modo redditizio: le banche e gli intermediari finanziari guadagnano sui differenziali (a volte molto elevati) scaturenti dall'impiego di denaro.

Nell'attuale scenario impiegare proficuamente la liquidità non è affare di poco conto.

Si stima che ciò potrebbe costare ali americani almeno 1000 miliardi di dollari. Questa enorme provvista dovrebbe pervenire dai contribuenti, attraverso nuove tasse, oppure dall'ennesima scommessa sul fronte del debito con l'estero.

Ecco quindi che si inizia ad intravedere la questione di fondo: dopo tanti anni di delusioni, sul fronte dei rendimenti, le attività in denominate in dollari sapranno attirare gli interessi degli investitori globali? E questi saranno realmente disposti ad assorbire altri 1000 miliardi di dollari di debiti USA con l'attuale tendenza dei tassi di interesse e di cambio?

L'ingresso nella fase recessiva del ciclo della più grande economia del mondo  apre inoltre un altro scenario negativo. Le finanze statali e municipali USA vedranno contrarre i propri flussi in entrata in conseguenza, appunto, della fase recessiva. Molti comuni americani rischiano il default (come accadde alla città di New York negli anni 70). Se ciò può sembrare inverosimile vi invito ad andare a verificare il rating di molti bond municipali americani.

Ecco allora che se il mondo non dovesse scommettere (è proprio il caso di dirlo) sul mercato USA,  ed il dollaro, così, perdere il ruolo di valuta cardine, l'alternativa non potrebbe che essere l'EURO.

In Eurolandia il deficit pubblico contro PIL ammonta al 70% (grazie ai paesi più virtuosi).

Come detto, attualmente il debito pubblico americano ammonta a USDollars 9.442.178.333.498,47; una buona fetta  di questa mostruosa cifra è in mano ai cinesi. Complessivamente quasi l'80% è comunque sottoscritto da paesi esteri.

Ma a differenza degli USA Eurolandia è indebitata sostanzialmente con se stessa!

Pensare ad un rapporto di cambio di 1,7 / 2 dollari per euro, non diventa così una fantasia.

La propensione al consumo degli americani è passata dal 35% del PIL del 1940 al 70% del PIL del 2007, soprattutto grazie alle dosi massicce di incrementi di valore “virtuali” (convenzionali) degli immobili.

 

Mutui per comprare frigoriferi!

 

La locomotiva americana (dei consumi) ha trainato, è vero, la crescita mondiale ed ha consentito a che la globalizzazione divenisse una realtà.

 

Ma siamo proprio sicuri che il frigorifero di Mister Smith di Chicago non lo abbia pagato il Signor Rossi di Cascina?

 

Tutti si ricordano i sub-prime ed i derivati ad essi connessi. Altri se li ricordano MOLTO BENE (perché ci hanno rimesso un bel po’).

 

E’ un fatto comunque che nessun paese del mondo raggiunge tali livelli di rapporto PIL/consumi.

 

 E' così molto più probabile che continueranno le difficoltà creditizie accompagnate dal declino dei prezzi immobiliari (come visto la leva dei consumi americani degli ultimi anni).

Per un investitore investire in titoli americani è, in questo momento,  come per una banca fare credito ad un nullatente tossicodipendente.

L’economia globale, come abbiamo visto, si è molto finanziarizzata; molta carta e poco pane. Molta finzione e poca realtà.

 

Ci stiamo accorgendo che,  quelle che in  modo un po’ trendy vengono chiamate utilities (cioè i prodotti primari), iniziano a scarseggiare, ed ecco perché ,  aldilà delle speculazioni (sempre finanziarie),  come di buona regola,  i loro prezzi aumentano.

 

Al tempo stesso i salari (nell’Aerea Euro) non possono crescere, pena un’inflazione galoppante.

 

La BCE sta subendo molte pressioni per abbassare il tasso di riferimento; non lo fa (e forse non lo farà) per paura di importare inflazione.

 

Molti criticano questa strategia; personalmente credo che non sia poi così “strampalata”, a meno che non si accetti di pagare un sacco di frigoriferi… che poi potremmo utilizzare grazie alla cortese ospitalità di Mister Smith di Chicago.